Freitag, 31. Oktober 2014

I testi in italiano delle trasmissioni di presentazione di "Der Freihafen" su Radio Maria della Svizzera tedesca

Ecco i testi in italiano delle trasmissioni di presentazione di Der Freihafen su Radio Maria della Svizzera tedesca. 
Il testo originale è qui.

JMW Turner "Peace - burial at sea" 1842, Tate Gallery, London 















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Prima trasmissione - Una foresta di segni 

martedì 14. ottobre 2014 alle 14:00 su Radio Maria Deutschschweiz

"Una foresta di segni" è il nostro primo tema, tratto dalla raccolta di poesie di Charles Baudelaire „I fiori del male“. Non ci si deve spaventare di questo titolo! Dio è Signore di tutta la realtà, ma questa non sempre ci appare così come immaginiamo che debba essere il bene. Proprio per questo siamo immersi in una foresta di segni, completamente confusi.
Charles Baudelaire ha condensato il fascino e la ripugnanza del reale che contemporaneamente subiamoin una bellissima poesia, un sonetto:

Corréspondences


La Nature est un temple où de vivants piliers
Laissent parfois sortir de confuses paroles ;
L’homme y passe à travers des forêts de symboles
Qui l’observent avec des regards familiers.

Comme de longs échos qui de loin se confondent
Dans une ténébreuse et profonde unité,
Vaste comme la nuit et comme la clarté,
Les parfums, les couleurs et les sons se répondent.

II est des parfums frais comme des chairs d'enfants,
Doux comme les hautbois, verts comme les prairies,
- Et d'autres, corrompus, riches et triomphants,


Ayant l'expansion des choses infinies,
Comme l'ambre, le musc, le benjoin et l'encens,
Qui chantent les transports de l'esprit et des sens.

***

Corrispondenze
La Natura è un tempio di vive colonne
da cui emanano a volte parole - confuse, strane;
L'uomo vi erra come in un bosco di segni,
Che lo osservano con occhi familiari.

Lunghe eco si confondono in lontananza
In profonda e oscura unità,
Vasta come la notte
, ampia come il chiarore,
Dove profumi, colori e suoni si corrispondono.

Ci sono profumi freschi come i bambini,
Dolci come l'oboe, verdi come i prati,
e altri corrotti, ricchi, dominanti,

Hanno l'espansione delle cose infinite,
Come l'ambra, il muschio, la mirra e l'incenso,
Cantano l'esultanza dello spirito e dei sensi.


Ma essere confusi non è in sé un male: riflette il fatto che siamo liberi, e la libertà che abbiamo è la nostra vera ricchezza, cioè la possibilità di essere interpellati personalmente ad interpretare i segni con la nostra stessa vita, dandole forma, oppure distruggendola.

Ho preannunciato che avremmo descritto due diversi atteggiamenti, due approcci completamente diversi grazie alle musiche di Igor Strawinskys e Antonin Dvořák. Entrambi mettono a tema il ritorno della primavera: Strawinsky descrive nel suo balletto "La sagra di primavera" come la natura venga costretta con un incantesimo a produrre nuova vita, mentre Dvořák nella sua „Sinfonia del Nuovo Mondo“ ci introduce in un orizzonte dove dietro ad ogni segno si trova qualcosa di nuovo.

Comune ad entrambi i compositori è la natura stessa, ciò che intorno a noi e in noi stessi sgorga potentemente. Ciò che invece suona diverso è frutto della loro personale libertà, dell'interpretazione che ne danno. La grandezza di questi due artisti consiste nel fatto di aver potuto esprimere la loro scelta, e con ciò stesso la loro personalità, in modo tale da comunicarcela.

Strawinsky scrive: „Ero a San Pietroburgo e scrivevo le ultime pagine dell',Uccello di Fuoco‘, quando un giorno – in modo completamente inatteso, perché ero occupato con tutt'altre cose – fui travolto dalla visione di una grande celebrazione pagana: un cerchio di anziani osserva come una giovane ragazza danzi fino a morire in sacrificio al dio della primavera. Questo è il tema di ,Le sacre du printemps‘. Volevo descrivere la lucente resurrezione della natura, il suo risveglio a nuova vita, […] il risorgere del mondo intero.“

La prima rappresentazione del balletto ebbe luogo il 29 maggio 1913 a Parigi. Fin dalle prime note si udirono risuonare delle risa, che divennero poi un completo tumulto. Fu solo grazie alla stoica tranquillità del direttore che la rappresentazione poté essere condotta fino al suo termine.

Ascoltiamo adesso i primi minuti dell'Ouverture della „Sagra di primavera“ di Strawinsky, per poterla poi confrontare con l'inizio della „Sinfonia del Nuovo Mondo“ di Dvořák.
In poche parole vorrei tentare di darvi la chiave per l'ascolto di questa musica non facile.

L'oboe esegue da solo una melodia bella e triste. Chiamiamola la „melodia di colui che è in ricerca“. Poi gli strumenti suonano in modo discorde, come se l'orchestra avesse bisogno di ritrovarsi (come in Baudelaire, è come una „foresta di segni“ ammiccanti). La melodia iniziale ne è disturbata, e viene come strattonata qui e là, ma in seguito riappare assolutamente identica, come all'inizio. Questo significa sia che è indistruttibile, perché il desiderio che spinge a cercare non è azzerabile da nulla, sia anche la sua inconsapevolezza, la sua inesperienza, e il fatto che dagli incontri che le capitano non sembra aver imparato nulla. Non è preparata al pericolo, agli ostacoli e alle difficoltà che incontrerà, perché non ha saputo riconoscerne i segni e quando li incontra ne viene quasi distrutta.

Poi insorge una confusione tale da costringere alla fuga, finché il ritmo incalzante e imperioso di una marcia sembra voler assorbire in sé colui che è in ricerca. La fuga precipita a rotta di collo, ma cresce anche il fascino che emana dalla potenza del ritmo e dai suoni, di una profondità quasi sotterranea, fino a giungere all'ultimo, definitivo accordo.

Ascoltiamo come Strawinsky lo esprima:

Le Sacre du Printemps Introduction, Les Augures printaniers, Danses des adolescentes
[Igor Strawinsky stesso dirige la Comubia Symphony Orchester nella sala da ballo del St George Hotel, Brooklyn, New York, il 5 e  6 gennaio 1960. Sony Music Entertainment]


Vorrei pregarvi di ascoltare adesso come Dvořák proponga una descrizione completamente diversa della ricerca.
Anch'egli comincia con una melodia bella e triste che però non è caratterizzata dalla solitudine, perché è suonata insieme da diversi strumenti. Chiamiamo anche questa la „melodia di colui che è in ricerca“. Quasi subito si urta a qualcosa di completamente inatteso dove quasi si perde.

Ma immediatamente sentiamo risuonare i corni, come se qualcuno fosse stato chiamato in suo soccorso. La ricerca può perciò riprendere, ma con un'urgenza che precedentemente ignorava, perché adesso procede non più quasi passeggiando, ma correndo.

Dopo la corsa, la „melodia di colui che è in ricerca“ è di nuovo eseguita, ma questa volta dall'oboe solo. C'è infatti un momento in cui si è interpellati in completa solitudine, proprio noi personalmente, e non è più possibile nascondersi nella folla. Vedete, questo è l'instante in cui si decide la libertà: fuggirà dalla realtà oppure proseguirà in essa la sua ricerca?

La sinfonia di Dvořák descrive l'itinerario della scoperta, dell'incontro inquietante con l'inatteso, grazie al quale la domanda di colui che è in ricerca viene dilatata e attirata a ricercare l'inaudito, una novità che precedentemente non era in alcun modo immaginabile.

Ascoltiamo ora Dvořák  stesso:

Antonin Dvořák, Sinfonia del Nuovo Mondo, Ouverture
[Antonio Pappano dirige l'Orchestra dell'Accademia nazionale di Santa Cecilia]


Com'è diverso rispetto a Strawinsky, dove qualcosa di nuovo viene descritto come la produzione di un potere magico e imperioso, la vita viene costretta a riapparire per il fatto che si esercita su di essa il potere.

La drammaticità della ricerca non è certo assente in Dvořák, contribuendo non poco alla bellezza della sua descrizione, e questo perché l'apparire di qualcosa di nuovo rende necessario oltrepassare il limite stabilito, ma non si tratta della violenza del potere che costringe, è invece la forza indistruttibile del desiderio: infatti in Dvořák la possibilità di un dialogo è sempre conservata, e proprio in questo sta la vera novità.

Anche in Dvořák si percepisce una minaccia inquietante, e accade che da essa si fugga, eppure il fascino che da essa promana continua ad aumentare e non si risolve per finire in un trauma ma nello stupore ammirato.

Ascoltiamo come in Dvořák la ricerca si trasformi in un'avventura senza confine. „Allegro con fuoco“:

Antonin Dvořák, Sinfonia del nuovo mondo, "Allegro con fuoco"
[Antonio Pappano dirige l'Orchestra dell'Accademia nazionale di Santa Cecilia]

Per Dvořák la ricerca è, come avete potuto sentire, un'avventura sempre nuova, nella quale la domanda di colui che è in ricerca si amplia continuamente divenendo così capace di accogliere il nuovo nell'imprevedibilità di ogni incontro. 

In Strawinsky la ricerca diventa una fuga senza requie. Ascoltiamone qualche istante:

Le Sacre du Printemps, Jeu du rapt [Igor Strawinsky stesso dirige la Comubia Symphony Orchester nella sala da ballo del St George Hotel, Brooklyn, New York, il 5 e 6 gennaio 1960. Sony Music Entertainment]

Questi tre immensi artisti, Baudelaire, Strawinsky e Dvořák, ci hanno permesso di intuire qualcosa di estremamente prezioso: il fatto che di fronte allo stesso dato - lo sfarzo della natura nel suo rinascere - possiamo assumere atteggiamenti molto diversi.

E proprio questa è la libertà, la libera posizione che, inizialmente in modo quasi impercepibile, ciascuno assume di fronte all'essere del mondo e al proprio. Non si tratta però affatto di una posizione neutrale, senza conseguenze, perché tutta la ricerca ne sarà determinata, con la possibilità di esserne distrutti o di raggiungere ciò a cui il desiderio si protende. 

E la libertà che non accoglie le corrispondenze fra le cose come una distruzione di sé, ma come l'invito a una più alta, ancora inimmaginabile armonia, si può imparare, e a questo vuole servire il Freihafen, proponendo gratuitamente un aiuto allo studio ai giovani.

***



Papa Benedetto ha tenuto davanti al parlamento tedesco un discorso di portata epocale, nel quale troviamo un'immagine straordinariamente parlante e semplice della situazione culturale e umana in cui ci troviamo noi, che siamo alla ricerca di qualcosa che ancora neppure conosciamo. La ricerca ha infatti condizioni che la rendono possibile o può doversi arrabattare in circostanze così sfavorevoli da renderla quasi impossibile … se cerchiamo qualcosa di asciutto non sarà certo nell'acqua che lo troveremo!


Benedetto XVI, Discorso al Bundestag (estratti)

“Nel Primo Libro dei Re si racconta che al giovane re Salomone, in occasione della sua intronizzazione, Dio concesse di avanzare una richiesta. Che cosa chiederà il giovane sovrano in questo momento? Successo, ricchezza, una lunga vita, l’eliminazione dei nemici? Nulla di tutto questo egli chiede. Domanda invece: “Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male” (1Re 3,9).

[...]
Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione. Questa scelta l’aveva già compiuta san Paolo, quando, nella sua Lettera ai Romani, afferma: “Quando i pagani, che non hanno la Legge [la Torà di Israele], per natura agiscono secondo la Legge, essi … sono legge a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza…” (Rm 2,14s). Qui compaiono i due concetti fondamentali di natura e di coscienza, in cui “coscienza” non è altro che il “cuore docile” di Salomone, la ragione aperta al linguaggio dell’essere. 
[...]
Il concetto positivista di natura e ragione, la visione positivista del mondo è nel suo insieme una parte grandiosa della conoscenza umana e della capacità umana, alla quale non dobbiamo assolutamente rinunciare. Ma essa stessa nel suo insieme non è una cultura che corrisponda e sia sufficiente all’essere uomini in tutta la sua ampiezza.
[...]
La ragione positivista, che si presenta in modo esclusivista e non è in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale, assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio. E tuttavia non possiamo illuderci che in tale mondo autocostruito attingiamo in segreto ugualmente alle “risorse” di Dio, che trasformiamo in prodotti nostri. Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto.
[...]

L'immagine dell'uomo che rinchiude la sua vita in un bunker viene descritta da Papa Benedetto dunque in questi termini: "La ragione positivista, che si presenta in modo esclusivista e non è in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale".
Perché mai ci siamo rinchiusi in una simile strettezza? Cosa è accaduto perché abbiamo da amministrare una simile eredità?
Luigi Giussani, un prete cattolico di Milano tenuto negli anni '80 una serie di lezioni proprio per rispondere a queste domande.

„La coscienza religiosa dell'uomo moderno“ di Luigi Giussani

Riassumendo, dice: si tratta di uno sviluppo che parte dal Rinascimento, quando alcuni studiosi, affascinati dalla ricchezza dell'antichità greca e latina appena riscoperta, hanno pensato di poter ricostruire se stessi e il mondo a partire da zero. La loro costruzione si presenta come segue:

1. L'uomo non si realizza più come persona unica incamminate verso il suo destino assolutamente personale, ma come una star hollywoodiana, come un idolo, primeggiando in qualcosa, qualunque cosa. Però in questo modo non realizza che una piccola parte di sé. Non può più essere considerato e onorato nella sua interezza, ma solo nell'apparenza alla quale il pubblico concede il suo favore applaudendola. Chi riesce a diventare una star, è arrivato, chi non ci riesce, non conta assolutamente niente.

2. Da dove prende l'uomo le energie sovrumane necessarie a diventare una star? Non le riceve più in regalo ogni mattina, ma deve costringere la natura a dargliele. E anche qui emerge il tema dell'alternativa fra quello che riceviamo in dono da quello che ci sta intorno, e quello che cerchiamo di ottenere con la forza. Dunque la natura deve servire l'uomo, che lo voglia o meno. Così viene costretta con mezzi tecnici fino a perdere la sua fisionomia originale e a diventare qualcosa di irriconoscibile, del quale non si capisce neppure più che possa veramente valere qualcosa. Diventa un rifiuto.

3. Qual'è l'umore dell'uomo che percorre questa strada? Come si sente, cosa pensa? È completamente perso in un ottimismo senza ragioni, per qualcosa che si realizzerà solo in un futuro imprecisato. Ma proprio per questo cadrà spessissimo in una sempre più profonda delusione, e il suo sentimento dominante sarà perciò la disperazione. Tutto quello che costruisce a sua protezione finisce con l'essere un tradimento del desiderio per cui si muoveva, e lui stesso è abbandonato alla mercé di qualunque cosa. La tragedia della Grecia antica, che i sapienti del Rinascimento hanno tanto ammirato, descriveva una situazione esistenziale simile a questa, e cioè come l'uomo non riesca a sfuggire a un fato cieco e crudele. Ma i Greci non avevano affatto lo sciocco ottimismo tipico invece dell'uomo moderno, e proprio questo costituisce l'intera dignità della loro grande espressione artistica.

4. Ora, il tentativo di ricreare ex novo se stessi e il mondo intero sembra oggi essere quasi a portata di mano, tanto che sembra di potere finalmente realizzare questo ideale. Ma proprio adesso percepiamo con ancora maggior chiarezza che neppure questo basta a soddisfare il desiderio. Tutti gli ideali sembrano perciò non essere altro che un'impostura, perché se anche il più audace fra essi non compie quello che prometteva, quale altro lo potrà mai? A volte riemerge il desiderio del divino, ma non trova in nessun angolo del bunker un segno della sua presenza: la religione, ridotta a parole e riti, qui si dissolve.

5. Poiché il bunker è stato creato per dominare la realtà e questo tentativo continuamente fallisce, lo spazio disponibile si restringe sempre più, nel tentativo di delimitare sempre meglio il dominabile. Ma proprio questa è la prova ultima che perfino nel bunker il desiderio continua ad operare.

Ci deve essere un'altra strada.

Papa Benedetto termina con queste parole il discorso al Parlamento tedesco:

"Ma come fare? Come trovare l’ingresso nella vastità, nell’insieme? 
Come può la ragione ritrovare la sua grandezza senza scivolare nell’irrazionale? 
Come può la natura apparire nuovamente nella sua vera profondità, nelle sue esigenze e con le sue indicazioni? 

Richiamo alla memoria un processo della recente storia politica, nella speranza di non essere troppo frainteso né di suscitare troppe polemiche unilaterali. Direi che la comparsa del movimento ecologico nella politica tedesca a partire dagli anni Settanta, pur non avendo forse spalancato finestre, tuttavia è stata e rimane un grido che anela all’aria fresca, un grido che non si può ignorare né accantonare, perché vi si intravede troppa irrazionalità. 

Persone giovani si erano rese conto che nei nostri rapporti con la natura c’è qualcosa che non va; che la materia non è soltanto un materiale per il nostro fare, ma che la terra stessa porta in sé la propria dignità e noi dobbiamo seguire le sue indicazioni. È chiaro che qui non faccio propaganda per un determinato partito politico – nulla mi è più estraneo di questo. 

Quando nel nostro rapporto con la realtà c’è qualcosa che non va, allora dobbiamo tutti riflettere seriamente sull’insieme e tutti siamo rinviati alla questione circa i fondamenti della nostra stessa cultura. 

Mi sia concesso di soffermarmi ancora un momento su questo punto. 
L’importanza dell’ecologia è ormai indiscussa. Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente. Vorrei però affrontare con forza un punto che – mi pare – venga trascurato oggi  come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. 
Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. 
L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. 
L’uomo non crea se stesso. 
Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. 
Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana."

La scuola, e soprattutto le classi dopo l'obbligatorietà, introduce al sapere a riguardo della natura in diverse delle sue materie: matematica, chimica, biologia, fisica. La lingua madre e le lingue straniere introduco alla complessa realtà dell'umano. Le lingue antiche, la storia, la filosofia, la psicologia, e l'arte apportano ancora altri importantissimi aspetti della nostra cultura.

Ma se tutta questa ricchezza si affastella nella memoria come in un magazzino, senza trovare un legame sintetico, si perderà come se non ci fosse mai stata. L'unità del sapere può solo costituirsi nella persona stessa di colui che apprende, perché egli stesso cresce nel sapere.

Il Freihafen vorrebbe contribuire alla personalizzazione dell'esperienza scolastica, proponendo un aiuto allo studio gratuito il sabato ad Adliswil. Se infatti non si sta da soli davanti a questo compito, ma con altri, che si pongono le stesse domande e che forse hanno già mosso qualche passo avanti, lo studiare tutte queste cose può diventare un'avventura senza fine.




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Terza trasmissione - La morte e la fanciulla 
    Il titolo è tratto dal capolavoro di Schubert scritto nel 1842, che egli immagina come un dialogo fra una fanciulla implorante e la morte.

    Su questo brano sono stati versati i proverbiali fiumi di inchiostro, proprio perché irraggia una bellezza che però ci lascia inquieti, dominati da un disagio inesprimibile. Ciò che veramente è bello, come potrete sentire, è il fatto che l'implorare della fanciulla dura, non tace neppure davanti alla negazione della morte.

    Continua a chiedere, gridare, bisbigliando magari, ma non smette mai, neppure quando il „no!“ della morte si fa freddo e duro come il ferro. La morte è implacabile e inamovibile, ma la domanda, il pianto, la speranza, il desiderio della fanciulla non può essere costretto al silenzio.

    Proprio perché Schubert ha osato una simile affermazione della vita a dispetto di tutto, la sua opera irraggia la straordinaria bellezza che dobbiamo riconoscerle.

    L'irraggiare della positività della vita al di là di ogni negazione e ostacolo, è la forma artistica che Schubert è stato capace di conferire a quest'opera, ed è questa la ragione per cui noi ancora oggi la ascoltiamo con grande emozione:



    Schubert ci parla di una possibilità, ma c'è stata davvero storicamente una fanciulla che davanti alla morte ha avuto una posizione di apertura come quella descritta da Schubert, e alla quale anche noi possiamo partecipare.

    Lei stava là, davanti a suo figlio, che veniva torturato, rifiutato, dissanguato, deriso, ammazzato in un modo orribile e del tutto ingiusto. Aveva dietro di sé una vita dura: come giovane madre aveva dovuto fuggire dal suo paese d'origine, anche se aveva potuto, diversamente da quanto accade oggi, tornarvi dopo alcuni anni.

    Era una donna semplice, una donna di casa, una mdare. Si chiamava Maria, e suo figlio Gesù.
    Vediamo come i due stiano uno di fronte all'altra sulla piccola collina fuori dalle mura della città, guardandosi faccia a faccia.

    Cosa è passato nella sua mente e nella sua anima durante le tre ore di silenzio che è durata quell'agonia? Che atteggiamento aveva?
    Quali sono stati i suoi pensieri?
    Non sapeva che queste due cose: lui si era consegnato liberamente nelle mani dei suoi nemici ed era figlio di Dio, sapeva tutto quello che sarebbe successo. Lei conosceva il segreto della sua vita e solo su questo poteva ora appoggiarsi.

    Wolfgang Amadeus Mozart ha potuto, secoli dopo, restituirci qualcosa dei pensieri che hanno attraversato Maria sotto la croce. Si tratta dell'„Agnus Dei“ della Messa dell'Incoronazione.

    „Agnus Dei, qui tollis peccata mundi!“, „Agnello di Dio che togli i peccati del mondo!“  la madre chiama così suo Figlio per tre volte, prima che la sua domanda possa trovare un passaggio attraverso il peso che opprime il suo cuore: „dona nobis pacem!“ „dacci la pace!“.
    Ascoltiamo:



    La bellissima implorazione del soprano, si tende sul finire in una drammaticità inaudita, e si spegne dando luogo a un istante di perfetto silenzio.

    Questo istante è la frattura attraverso la quale qualcosa d'Altro può fluire nell'aria viziata dello spazio chiuso. È l'istante della morte e dell'ultima impotenza dell'uomo: non può darsi da sé una risposta. La risposta viene dal di fuori.
    Eppure ecco! È davvero un nuovo inizio: la voce del soprano rinasce, sembrerebbe dal niente, e al soprano si accompagna adesso il tenore, e poi il basso, e alla fine è tutto il coro a giubilare con lei.

    Questo istante di silenzio è la fessura della libertà, che come una ferita percepiamo in noi stessi senza poterla curare: attraverso di essa, se resta aperta, può davvero rinascere l'intera creazione.
    Dio è in attesa attraverso tutta la storia, che la libertà dell'uomo Gli si apra, perpoter così farlo entrare nella Sua vera vita.

    Eppure questo è storicamente accaduto in questa donna in quell'istante.
    E adesso anche a noi la strada sta aperta davanti: la vita che ora incomincia è nuova e non ha nessuna proprozione possibile con il dolore atroce e l'impotenza che l'hanno preceduta.

    L'attimo di silenzio in Mozart esprime questa assenza di proporzione: c'è qualcosa di assolutamente nuovo.
    Il coro canta all'unisono, ma sempre di nuovo emergono anche le voci soliste: “Dona nobis pacem”. Preghiamo che ci sia data la pace, l'unica cosa necessaria per vivere. Siamo infatti perfettamente incapaci di darcela da noi. E questa stessa preghiera è l'inizio della novità.

    Senza una prospettiva che conferisca al tutto un orizzonte positivo, nessun dettaglio può ambire ad un senso. E invece, quando la totalità ha un senso umano, affascinante, attraente, anche ogni dettaglio troverà in esso il suo giusto posto. E proprio questo accade con le materie scolastiche, che sono in fonod totalmente insensate se manche un'ipotesi positiva per l'intera vita.
    Che nulla possa porre obiezione alla positività della realtà questo ci è stato consegnato per sempre da quell'istante di totale silenzio.
    Per un giovane l'impegno con il compito che la vita gli da, la scuola e il crescere, ha questo tipo di serietà, e a questo vuole servire il Freihafen proponendo un aiuto allo studio gratuito a 360 gradi.


    ***

    Quarta trasmissione  - Invito al dialogo su Der Freihafen 
      sabato 18 ottobre 2014 alle 14:00 Uhr su Radio Maria Deutschschweiz

      questa trasmissione non proponeva altri contenuti, ma solo un dialogo con i radioascoltatori su quanto precede. 

      Samstag, 25. Oktober 2014

      Drei Radiosendungen und ein Gespräch

      Der Freihafen stellt sich durch drei Radiosendungen vor, und lädt an einer vierten zum Gespräch ein.


      Erste Sendung
      Ein Wald von Zeichen 
      am Dienstag, den 14. Oktober 2014 um 14:00 Uhr auf Radio Maria Deutschschweiz
      • Charles Baudelaire, "Zusammenklang" aus der Sammlung "Die Blumen des Bösen" (1857)
      • Igor Strawinsky "Das Frühlingsopfer" (1913)
      • Antonín Dvořák "Simphonie aus der neuen Welt" (1893)

      Zweite Sendung
      Der selbst gebaute Bunker
      am Donnerstag, den 16. Oktober 2014 um 14:00 Uhr  auf Radio Maria Deutschschweiz
      am Samstag, den 18. Oktober 2014 um 14:00 Uhr  auf Radio Maria Deutschschweiz
      • Warum dieses Unternehmen? Sinn der Nachhilfestunden am Samstag in Adliswil.

      We go live: this is the kick off!
      Am Samstag den 25. Oktober um 9:00 Uhr beginnen in Adliswil die Freihafen-Nachilfestunden.
      Wir bitten um Anmeldung,
       Ida Soldini trägt die Verantwortung.

      1. Sendung: Ein Wald von Zeichen

      Hier ist die Sendung abrufbar: Der Freihafen, 1. Sedung "Ein Wald von Zeichen" 

      "Ein Wald von Zeichen" ist das erste Thema, von Baudlaires Sammlung die „Blumen des Bösen“ entnommen. Erschrecken Sie jetzt nicht: Gott ist der Herr aller Wirklichkeit, die aber nicht immer so aussieht, wie wir uns das Gute vorstellen. Eben darum stehen wir wie in einem Wald von Zeichen, völlig verwirrt.

      Die Faszination und der Anstoß, die fast gleichzeitig davon ausgehen hat Charles Baudelaire in ein Gedicht zusammengefasst:

      Zusammenklang                                                   Corréspondences
      Im Tempel der Natur, in Säulengängen
      Durch die oft Worte hallen, fremd, verwirrt,
      Der Mensch durch einen Wald von Zeichen irrt,
      Die mit vertrauten Blicken ihn bedrängen.
      La Nature est un temple où de vivants piliers
      Laissent parfois sortir de confuses paroles ;
      L’homme y passe à travers des forêts de symboles
      Qui l’observent avec des regards familiers.
      Wie weite Echo fern zusammenklingen
      Zu einem einzigen feierlichen Schall,
      Tief wie die Nacht, die Klarheit und das All,
      So Düfte, Farben, Klänge sich verschlingen.
      Comme de longs échos qui de loin se confondent
      Dans une ténébreuse et profonde unité,
      Vaste comme la nuit et comme la clarté,
      Les parfums, les couleurs et les sons se répondent.
      Denn es gibt Düfte, frisch wie Kinderwangen,
      Süß wie Oboen, grün wie junges Laub,
      Verderbte Düfte, üppige, voll Prangen,
      II est des parfums frais comme des chairs d'enfants,
      Doux comme les hautbois, verts comme les prairies,
      - Et d'autres, corrompus, riches et triomphants,
      Wie Weihrauch, Ambra, die zu uns im Staub
      Den Atemzug des Unbegrenzten bringen
      Und unsrer Seelen höchste Wonnen singen.
      Ayant l'expansion des choses infinies,
      Comme l'ambre, le musc, le benjoin et l'encens,
      Qui chantent les transports de l'esprit et des sens.

      Verwirrt zu sein ist an sich nicht etwas Schlechtes, es widerspiegelt die Freiheit, die wir besitzen und die unser eigentlicher Reichtum ist, das heißt, die Möglichkeit, persönlich angesprochen zu werden, in unserem eigenen Leben die Zeichen zu deuten, und das Leben selbst zu gestalten, oder aber auch zu zerstören.

      Ich habe ihnen angekündigt dass wir durch die Musik Strawinskys und Dvořáks, die beide die Wiederkehr des Frühlings schildern, zwei verschieden Haltungen vor Augen gestellt bekommen. Strawinsky beschreibt in seinem Ballett "Das Frühlingsopfer" wie die Natur durch Beschwörung gezwungen wird, das Leben wieder hervorzubringen. Dvořák hingegen in seiner „Symphonie der Neuen Welt“ führt uns in eine Welt ein, wo hinter jedem Zeichen etwas Neues zu finden ist.

      Die Natur, die um uns und in uns selbst machtvoll hervorquillt, ist beiden Komponisten gemeinsam. Was verschieden klingt, ist die Frucht ihrer persönlichen Freiheit. Die Grösse dieser beiden Künstler besteht darin, dass sie ihre Wahl, und somit ihre Persönlichkeit zum Ausdruck zu bringen vermögen und uns so mittzuteilen wissen.

      Strawinsky schreibt: „Als ich in St. Petersburg die letzten Seiten des ,Feuervogels‘ niederschrieb, überkam mich eines Tages – völlig unerwartet, denn ich war mit ganz anderen Dingen beschäftigt – die Vision einer großen heidnischen Feier: Alte weise Männer sitzen im Kreis und schauen dem Todestanz eines jungen Mädchens zu, das geopfert werden soll, um den Gott des Frühlings günstig zu stimmen. Das war das Thema von ,Le sacre du printemps‘ Ich wollte die leuchtende Auferstehung der Natur schildern, die zu neuem Leben erweckt wird […] , die Auferstehung der ganzen Welt.“

      Die Uraufführung des Balletts fand am 29. Mai 1913 in Paris statt. Bereits vom ersten Ton aber war Gelächter zu hören, das dann in Tumult überging. Es war der stoischen Ruhe des Dirigenten zu verdanken, dass die Aufführung überhaupt zu Ende gespielt werden konnte.

      Jetzt hören wir die Ouvertüre von „Die Frühlingsweihe“ Strawinskys, um sie dann mit dem Anfang von Dvořáks „Symphonie der Neuen Welt“ in Beziehung setzen zu können.
      In wenigen Worten werde ich ihnen den Schlüssel zu dieser nicht leicht verständlichen Musik versuchen zu geben.

      Die Oboe spielt anfangs allein eine schöne traurige Melodie. Nennenn wir sie „die Melodie des Suchenden“. Dann spielen die Instrumente durcheinander, als ob das Orchester noch zu sich selber zu finden suchte (wie bei Baudelaire, es ist wie ein „Wald von zuwinkenden Zeichen“). Die anfängliche Melodie wird gestört, sie wird wie hin und hergerückt, aber danach taucht sie identisch, unverändert wieder auf. Dies schildert sowohl ihre Unantastbarkeit, die Unzerstörbarkeit der suchenden Sehnsucht, als auch ihre Unwissenheit, ihre Unerfahrenheit, und die Tatsache, dass aus den Begegnungen die ihr widerfahren, sie eigentlich nichts erlernen kann. Sie ist auf die Gefahr, die Ärgerlichkeiten und Hindernisse, die ihr entgegenkommen werden, nicht gefasst weil sie deren Zeichen nicht erkennt und als sie dann erwischt wird, wird sie davon fast zerstört.

      Es entsteht sodann eine solche Verwirrung, dass man zu fliehen beginnt, bis ein Marschrhythmus den Zuhörer und Suchenden ganz in sich aufzulösen versucht. Die Flucht wird atemberaubend, aber die Faszination für die Stärke des gewaltigen Rhythmus und den tiefen, fast unterirdischen Tönen besteht, bis zum letzten, abschliessenden Akkord.

      Hören wir jetzt, wie Strawinsky es ausdrückt:

      Le Sacre du Printemps Introduction, Les Augures printaniers, Danses des adolescentes
      [Igor Strawinsky selbst dirigiert die Comubia Symphony Orchester im Tanzsaal des St George Hotel, Brooklyn, New York, den 5en und 6en Januar 1960. Sony Music Entertainment]


      Ich möchte sie bitten jetzt zuzuhören, wie Dvořák  ganz anders die Suche gestaltet.

      Auch er beginnt mit einer schönen, traurigen Melodie, der aber keine Einsamkeit anhaftet, sondern ein Mitspielen verschiedener Instrumente ist. Nennen wir auch diese die „Melodie des Suchenden“. Fast gleich nach dem Anfang stösst sie auf etwas völlig unerwartetes, beängstigend und verliert sich gleichsam.

      Aber dann hören wir die Hörner erschallen, als ob jemand anderer zur Hilfe herbeigerufen wird. Die Suche kann wieder aufgenommen werden, aber mit anderer Dringlichkeit, denn jetzt geht sie nicht mehr im Schritt vor sich, sondern im Rennen.

      Nach diesem atemberaubenden Rennen wird die „Melodie des Suchenden“ allein von der Oboe gespielt. Es gibt einen Augenblick, wo man wirklich selbst befragt wird, und nicht mehr in einer Menge untertauchen kann. Sehen Sie, das ist der Augenblick, in dem man sich in Freiheit entscheidet, vor der Wirklichkeit zu fliehen oder in ihr weiter zu suchen.

      Dvořáks  Symphonie beschreibt das Vorgehen einer Entdeckung, die Begegnung mit Unerwartetem und Unheimlichem, das die Frage des Suchenden erweitert und voranzieht auf der Suche nach einer unerhörten, vorher nicht denkbaren Neuheit. Hören wir jetzt Dvořák  selbst:

      Antonin Dvořák, Symphonie aus der neuen Welt, Ouverture
      [Antonio Pappano dirigiert das Orchestra dell'Accademia nazionale di Santa Cecilia]


      Es ist völlig anders als bei Strawinsky, wo die magische, durch Gewalt erzwungene Produktion der Neuheit beschrieben wird, wie mit Macht das Lebens beschworen, und sich zum Zeigen gedrängt wird.

      Das Dramatische der Suche ist auch bei Dvořák vorhanden und spielt gewaltig mit, weil etwas Neues immer die Sprengung vorhandener Grenzen verursacht, aber diese Gewalt ist die der Sehnsucht und nicht des Zwanges: die Möglichkeit einer Zwiesprache wird immer gewahrt, und genau das ist das wirklich Neue.

      Auch bei Dvořák droht etwas Unheimliches, und man flieht manchmal davor, doch die Faszination, die davon ausgeht, steigert sich immer mehr und führt letztendlich nicht zum Trauma sondern zur Bewunderung.

      Hören wir zu, wie bei Dvořák  das Suchen zum Abenteuer wird. „Allegro con fuoco“:

      Antonin Dvořák, Symphonie aus der neuen Welt, Allegro con fuoco
      [Antonio Pappano dirigiert das Orchestra dell'Accademia nazionale di Santa Cecilia]

      Für Dvořák ist das Suchen, wie Sie gehört haben, ein immer neues Abenteuer, indem sich die Frage des Suchenden stetig erweitert und so fähig zu neuen, unerwarteten  Begegnungen wird. 

      Bei Strawinsky läuft das Suchen in eine unaufhaltsame Flucht: hören wir einen Augenblick zu:

      Le Sacre du Printemps, Jeu du rapt [Igor Strawinsky selbst dirigiert die Comubia Symphony Orchester im Tanzsaal des St George Hotel, Brooklyn, New York, den 5en und 6en Januar 1960. Sony Music Entertainment]

      Diese drei ganz großen Künstler, Baudelaire, Strawinsky und Dvořák haben uns auf dem Weg etwas sehr Wertvolles gegeben, nämlich die Einsicht, dass zu derselben Gegebenheit (die neugeborene Pracht der Natur) sehr verschiedene Einstellungen möglich sind.

      Genau das ist die Freiheit, die freie Position, die man anfangs auf fast unmerkliche Weise vor das Sein der Welt und sich selbst annehmen kann. Es sind aber überhaupt keine neutrale Einstellungen, denn sie verursachen den Werdegang und die Möglichkeit der Verwirklichung oder der Zerstörung, die folgen werden. 

      Die Freiheit, die den Zusammenklang nicht zerstörerisch, sondern als Einladung zu einer größeren, weiteren, neuen Harmonie annimmt, kann man erlernen, und dazu will der Freihafen den jungen Leuten durch unentgeltliche Nachhilfestunden dienen.

      2. Sendung: Der selbstgebaute Bunker

      Hier ist die Sendung abrufbar: Der Freihafen 2. Sendung "Der selbstgebaute Bunker"

      Vor den deutschen Bundestag hat Papst Benedikt, Joseph Ratzinger, eine historische Rede gehalten. Darin findet sich ein konkretes, sehr lehrreiches Bild von der Lage in der wir uns befinden, wir, die auf der Suche nach etwas sind, das wir überhaupt noch nicht kennen.  Das Suchen hat nämlich Bedingungen die es ermöglichen oder es kann in solchen Hinderungen vor sich gehen, dass… wenn man Etwas trockenes im Wasser sucht, wird man es dort mit Sicherheit nie finden!

      Benedikt XVI, Die Bundestagsrede (Auszüge)

      “Im ersten Buch der Könige wird erzählt, dass Gott dem jungen König Salomon bei seiner Thronbesteigung eine Bitte freistellte. Was wird sich der junge Herrscher in diesem wichtigen Augenblick erbitten? Erfolg – Reichtum – langes Leben – Vernichtung der Feinde? 

      Nicht um diese Dinge bittet er. Er bittet: „Verleih deinem Knecht ein hörendes Herz, damit er dein Volk zu regieren und das Gute vom Bösen zu unterscheiden versteht“ (1. Buch der Könige 3,9)
      [...]

      Für [die Entwicklung des Rechts und für] die Entwicklung der Humanität war es entscheidend, dass sich die christlichen Theologen gegen das vom Götterglauben geforderte religiöse Recht auf die Seite der Philosophie gestellt, Vernunft und Natur in ihrem Zueinander als die für alle gültige Rechtsquelle anerkannt haben. 

      Diesen Entscheid hatte schon Paulus im Brief an die Römer vollzogen, wenn er sagt: „Wenn Heiden, die das Gesetz (die Tora Israels) nicht haben, von Natur aus das tun, was im Gesetz gefordert ist, so sind sie… sich selbst Gesetz. Sie zeigen damit, dass ihnen die Forderung des Gesetzes ins Herz geschrieben ist; ihr Gewissen legt Zeugnis davon ab…“ (Röm 2,14f). 

      Hier erscheinen die beiden Grundbegriffe Natur und Gewissen, wobei Gewissen nichts anderes ist als das hörende Herz Salomons, als die der Sprache des Seins geöffnete Vernunft.
      [...]

      Das positivistische Konzept von Natur und Vernunft, die positivistische Weltsicht als Ganzes ist ein großartiger Teil menschlichen Erkennens und menschlichen Könnens, auf die wir keinesfalls verzichten dürfen. Aber es ist nicht selbst als Ganzes eine dem Menschsein in seiner Weite entsprechende und genügende Kultur.

      Die sich exklusiv gebende positivistische Vernunft, die über das Funktionieren hinaus nichts wahrnehmen kann, gleicht den Betonbauten ohne Fenster, in denen wir uns Klima und Licht selber geben, beides nicht mehr aus der weiten Welt Gottes beziehen wollen. Und dabei können wir uns doch nicht verbergen, daß wir in dieser selbstgemachten Welt im stillen doch aus den Vorräten Gottes schöpfen, die wir zu unseren Produkten umgestalten. 

      Die Fenster müssen wieder aufgerissen werden, wir müssen wieder die Weite der Welt, den Himmel und die Erde sehen und all dies recht zu gebrauchen lernen.”
      [...]

      Das Menschenbild im Bunker zu leben, erklärt Paps Benedikt auch so: "Die sich exclusiv gebende Vernunft, die über das Funktionieren hinaus nichts wahrnehmen kann". Warum haben wir uns selbst in diesen Bunker eingeschlossen? Was ist geschehen dass wir eine solche Erbschaft zu verwalten haben? Luigi Giussani, ein katholischer Priester aus Mailand der 2005 gestorben ist, hat in den 80iger Jahren auch eine Vorlesung gehalten um genau diese Frage zu beantworten.

      „Das religiöse Bewusstsein des modernen Menschen“ von Luigi Giussani, (La coscienza religiosa dell'uomo moderno, auf Deutsch noch nicht veröffentlicht)

      Er sagt zusammengefasst: es handelt sich bei diesem Menschenbild um eine Entwicklung aus der Renaissance, wo einige Gelehrte die in der Bewunderung auf das neuentdeckte Reichtum des Altertums geglaubt haben die Welt und sich selbst von neuen gestalten zu können. Darin vertreten sie folgende Thesen:

      1. Der Mensch verwirklicht sich selbst nicht mehr als einmalige Person die ihrer einmaligen Bestimmung entgegenschreitet, sondern als eine art Hollywood Star, als ein Idol. Aber somit verwirklicht er nur ein Teil seiner selbst. Er kann nicht mehr in seiner Ganzheit gesehn und verehrt werden, sondern nur im Schein dem die Öffentlichkeit mit Beifall zuspricht. Wer Star sein kann, der ist angekommen, wer nicht, der zählt überhaupt nichts.

      2. Woher nimmt der Mensch die Kraft um ein Star zu werden? Er bekommt sie nicht leise jeden Morgen neu geschenkt, sondern muss sie von der Natur erzwingen. Sehen sie auch hier tauch wieder die alternative zwischen erzwingen und das freie mitspielen mit der Natur. Also muss die Natur dem Menschen dienen, ob sie es will, oder nicht. Und so wird sie durch technische Mittel entstellt, bis sie fast nicht mehr sich selbst ist und zu nichts mehr wert zu sein scheint. (inserire Strawinski pezzo duro)

      3. In welcher Stimmung geht der Mensch diesen Weg? Er ist in seinem gedankenlosem Optimismus über eine noch nicht vorhandene Zukunft angewiesen. So wird er aber natürlich immer wieder in tiefe Enttäuschung fallen. Die Verzweiflung wird so zur dauerhaften Stimmung dieses Menschen. Alles was er zu seinem Schutz aufbaut, endet in einen Betrug seines Wunsches, und er selbst ist Allem ausgeliefert.  Die altgriechischen Tragödien, die die Gelehrten der Reanaissance so bewunderten, haben zwar einen ähnlichen Zustand geschildert, nämlich das ausgeliefert sein des Menschen, aber ohne diesen vernunftlosen Optimismus, und genau das hat ihre Würde ausgemacht.

      4. Nun, da dieser Versuch die Welt und sich selbst von neuen zu erschaffen und gestalten greifbar nahe schien, dass dieses Ideal also erreicht wurde, verspüren wir dass unsere Sehnsucht nicht dadurch gestillt werden kann. Alle Ideale scheinen somit trügerisch zu sein, weil sogar das kühnste Ideal unter Ihnen die Sehnsucht nicht stillen kann. Manchmal taucht wieder die Sehnsucht nach dem Göttlichen auf, sie findet aber nirgends im selbstgebauten Bunker Zeichen seiner Anwesenheit: die Religion, verkürzt auf Worte und Riten, löst sich dort auf.

      5. Da der Bunker durch den Versuch die Wirklichkeit zu meistern entstanden ist, und dieser Versuch immer wieder scheitert, verengt sich auch der geschlossene Raum immer mehr: und das ist der Beweis dass es im Bunker die Sehnsucht gibt.

      Es muss ein anderer Weg geben.  

      Papst Benedikt ende so seine Rede:
      "Aber wie geht das? Wie finden wir in die Weite, ins Ganze? Wie kann die Vernunft wieder ihre Größe finden, ohne ins Irrationale abzugleiten? Wie kann die Natur wieder in ihrer wahren Tiefe, in ihrem Anspruch und mit ihrer Weisung erscheinen? 

      Ich erinnere an einen Vorgang in der jüngeren politischen Geschichte, in der Hoffnung, nicht allzusehr mißverstanden zu werden und nicht zu viele einseitige Polemiken hervorzurufen. 
      Ich würde sagen, daß das Auftreten der ökologischen Bewegung in der deutschen Politik seit den 70er Jahren zwar wohl nicht Fenster aufgerissen hat, aber ein Schrei nach frischer Luft gewesen ist und bleibt, den man nicht überhören darf und nicht beiseite schieben kann, weil man zu viel Irrationales darin findet. 

      Jungen Menschen war bewußt geworden, daß irgend etwas in unserem Umgang mit der Natur nicht stimmt. Daß Materie nicht nur Material für unser Machen ist, sondern daß die Erde selbst ihre Würde in sich trägt und wir ihrer Weisung folgen müssen. 

      Es ist wohl klar, daß ich hier nicht Propaganda für eine bestimmte politische Partei mache – nichts liegt mir ferner als dies. (Lachen und Beifall)

      Wenn in unserem Umgang mit der Wirklichkeit etwas nicht stimmt, dann müssen wir alle ernstlich über das Ganze nachdenken und sind alle auf die Frage nach den Grundlagen unserer Kultur überhaupt verwiesen. 
      Erlauben Sie mir, bitte, daß ich noch einen Augenblick bei diesem Punkt bleibe. Die Bedeutung der Ökologie ist inzwischen unbestritten. Wir müssen auf die Sprache der Natur hören und entsprechend antworten. 
      Ich möchte aber nachdrücklich einen Punkt noch ansprechen, der nach wie vor weitgehend ausgeklammert wird: Es gibt auch eine Ökologie des Menschen. Auch der Mensch hat eine Natur, die er achten muß und die er nicht beliebig manipulieren kann. Der Mensch ist nicht nur sich selbst machende Freiheit. 

      Der Mensch macht sich nicht selbst. (Beifall)
      Er ist Geist und Wille, aber er ist auch Natur, und sein Wille ist dann recht, wenn er auf die Natur hört, sie achtet und sich annimmt als der, der er ist und der sich nicht selbst gemacht hat. Gerade so und nur so vollzieht sich wahre menschliche Freiheit."

      Die Schule, und hauptsächlich die Klassen nach das Obligatorium, bringt das wissen um die Natur in verschiedene Fächer bei: Mathematik, Chemie, Biologie, Physik. Die deutsche Muttersprache und die Fremdsprachen führen dann in die komplexe Wirklichkeit der Menschen ein. Altsprachen, Geschichte, Philosophie, Psychologie und Kunst bringen noch andere sehr wichtige Aspekte des Ganzen ein.

      Wenn aber all dieser Reichtum sich einfach im Gedächtnis aufstapelt, ohne einen synthetischen Bund zu Bilden, wird es verloren gehen, und endlich wird es wie nicht geschehen sein. Die Einheit kann nur durch die Person des Lernenden selbst hergestellt werden, der selbst durch das Wissen wächst.

      Der Freihafen möchte der personalisierung der Schule beizutragen, indem er unentgeltliche Nachhilfestunden am Samstag in Adliswil anbietet. Wenn man nämlich nicht alleine davor steht, sondern mit anderen, die sich dieselbe Fragen stellen, und die vielleicht einige schritte vorangekommen sind, dann kann das Lernen ein neuer Abenteuer werden.

      3. Sendung: Der Tod und das Mädchen

      Hier ist die Sendung abrufbar.

      Schubert stellt sich sein 1842 entstandenes Meisterstück als ein Dialog zwischen einem flehenden Mädchen und dem Tod vor.

      Wie ich bei der ersten Sendung erwähnt habe, sind Flüsse von Tinte über dieses Werk verschüttet worden, da es eine unheimliche Schönheit ausstrahlt. Das eigentlich Schöne und Gewaltige, wie sie hören werden, liegt im Fortdauern des Flehens des Mädchens, das sich nicht von der Negation des Todes einschüchtern lässt.

      Sie bittet weiter, obwohl die Antwort eisern unerschütterlich „Nein“ bleibt.  Der Tod ist unerbittlich, aber das Flehen, das Fragen, die Hoffnung, die Sehnsucht des Mädchens kann nicht zum Schweigen gebracht werden.

      Genau weil Schubert eine solche Bejahung des Leben trotz allem gewagt hat, ist sein Werk so schön. Das Ausstrahlen der Positivität des Lebens, über alle Hindernisse und Negationen hinaus, ist die künstlerische Form, die Schubert diesem Meisterwerk verleihen konnte, und das macht es aus, dass wir es heute noch mit Emotion anhören:


      Es hat aber ein Mädchen gegeben, das vor dem Tod mit einer Offenheit gestanden ist, an der wir teilhaben können.

      Sie stand da, vor ihrem gequälten, mit Schande bedeckten, verworfenen, belachten, verbluteten Sohn, der vor ihr auf völlig ungerechte Weise ermordet wurde. Sie hatte ein hartes Leben hinter sich: aus ihrem Land hatte sie als junge Mutter fliehen müssen, aber anders, als es heute geschieht, hatte sie nach einigen Jahren doch zurückkommen können.

      Sie war eine einfache Frau, eine Hausfrau, eine Mutter. Sie hieß Maria, und ihr Sohn Jesus. Wir sehen die Beiden, wie sie sich auf dem kleinen Hügel außerhalb der Mauern der Stadt von Gesicht zu Gesicht anschauen.

      Was ist durch die Seele der Mutter während der drei stillen Stunden, die das Sterben gedauert hat, gegangen? Was war ihre Haltung? Was ihre Gedanken? Sie wusste nur eines: er hatte sich freiwillig in die Hände seiner Feinde ausgeliefert, und er war Gottes Sohn und wusste alles, was geschehen würde. Sie kannte das Geheimnis seines Lebens, und nur darauf konnte sie sich jetzt stützen.

      Wolfgang Amadeus Mozart hat Jahrhunderte später etwas von dem Gedankengang, den Maria unter dem Kreuz durchgangen ist, wiedergeben können. Es handelt sich um das „Agnus Dei“ der Krönungsmesse.

      „Agnus Dei, qui tollis peccata mundi“, „Lamm Gottes, das hinwegnimmt die Sünde der Welt“ ruft die Mutter ihren Sohn dreimal an, bevor ihre Bitte einen Durchgang im bedrückten Herz findet: „dona nobis pacem“ „Gib uns den Frieden“! Hören wir zu:


      Das wunderschöne Flehen des Soprans, das sich am Ende unerhört dramatisch steigert, klingt aus, und ein Augenblick völliger Stille setzt ein.

      Dieser Augenblick ist eine Spalte, wodurch etwas Anderes ins Geschlossene hereinfließen kann. Es ist der Augenblick des Todes und der letzten Ohnmacht des Menschen: er kann sich nicht selbst eine Antwort geben. Die Antwort muss von Außerhalb kommen. Doch siehe da! Es ist wirklich ein neuer Anfang: die Sopranstimme wird wie vom Neuem geboren - scheinbar aus dem Nichts – und zu dem Sopran gesellen sich der Tenor und dann der Bass, und am Ende jubelt der ganze Chor mit ihr.

      Dieser Augenblick Stille ist die Spalte der Freiheit, wie eine Wunde, die wir in uns so schmerzlich verspüren: durch sie, wenn sie offen bleibt, kann wirklich die ganze Schöpfung wiedergeboren werden. Gott erwartet durch die ganze Geschichte, dass sich die Freiheit des Menschen Ihm öffne, damit Er ihn in sein wahres Leben einbeziehen kann.

      Doch das ist geschichtlich bei dieser einen Frau in diesem Augenblick geschehen. So liegt auch für uns alle der Weg offen: das Leben, das neu beginnt, ist ohne messbares Verhältnis mit dem rohen Schmerz und der Ohnmacht, die ihm vorausgingen.

      Diese Maßlosigkeit drückt der Augenblick der Stille aus: es ist nun etwas völlig Neues da. Jetzt singt der Chor einstimmig, und immer wieder tauchen die Solostimmen auf: “Dona nobis pacem”. Wir bitten, dass uns der Friede gegeben werde, das Einzig nötige für das Leben. Wir sind nämlich völlig untauglich uns selbst den Frieden zu geben. Diese Bitte selbst ist der Anfang der Neuheit.

      Ohne eine dem Ganzen betreffende positive Aussicht, kann kein Detail einen Sinn haben. Hingegen, wenn das Ganze einen menschlichen und anziehenden, reizenden  Sinn hat, wird auch jedes Detail darin seinen Platz finden. So ergeht es für die Schulfächer, die völlig sinnlos sind ohne eine allgemein positive Hypothese für das ganze Leben.

      Und dass nichts der Positivität der Wirklichkeit widersprechen kann, sogar der Tod nicht, das hat uns dieser Augenblick völliger Stille für immer geschenkt.